La lezione è finita. Gli studenti si affrettano via nell’allegro chiacchericcio di chi finalmente va a pranzo. Solo uno rimane indietro: ha una domanda per me.
Mi dice che un suo collega in gruppo con lui non risponde. Nessuna e-mail, nessun messaggio, nessun contributo al progetto. La scadenza è domani.
Ora, a voi questo potrebbe sembrare semplicemente l’ennesimo grattacapo di teamwork - ma per me è diverso. Ci sono alcuni momenti, nella vita di ricercatore, che sono insieme attesi e temuti, in cui si spera e da cui ci si nasconde: questi sono i momenti in cui, finalmente, possiamo applicare il frutto di anni di ricerca
Il mio dottorato, nello specifico, si occupa di come supportare gli studenti che affrontano problemi di gruppo. Ho studiato che frasi è opportuno dire quando il lavoro di gruppo va male: un collega non lavora, la collaborazione fallisce, il gruppo è bloccato. Ho chiesto a moltissimi insegnanti e studenti: “Cosa direste in questa situazione?” Poi ho trasformato le loro risposte in un algoritmo: un piccolo alberello di “if… then” contenente il Sacro Graal del supporto alla classe. Ma non pensatelo come un algoritmo.
Pensatelo come un farmacista.
Un farmacista sorridente, che aspetta quieto dietro il bancone di un negozietto, di fronte a scaffali di fiale colorate.
Entra uno studente, stressatissimo: il suo collega, quello in gruppo con lui, non risponde.
Il farmacista ha esattamente il tonico per la situazione.
“Le cose sono difficili? Ecco un po' di Empatia.” “Il compagno di squadra non collabora? Un sorso di Conversazione sulle Aspettative Reciproche.” “Ancora stressato? Hai bisogno di qualche goccia di Invia un'e-mail all'insegnante. Da usare con moderazione.”
E mi sono allenata, mentre creavo il mio farmacista. Ora so cosa dire.
Forse il mio piccolo algoritmo-farmacista riuscirà finalmente a curare la terribile malattia da cui soffro da quando qualcuno ha avuto la brillante idea di affibbiarmi la responsabilità di insegnare: il rimuginare senza fine su cosa dire agli studenti.
Forse potrò usarlo come prototipo, per poi crearne molti di piu. Per poi creare un piccolo esercito di solidali scagnozzi del supporto (sul nome ci devo ancora lavorare), piccoli algoritmi che hanno a cuore la felicità del gruppo, non solo il lavoro, e possono insegnare a insegnanti e studenti come sostenersi a vicenda. Forse potrebbe essere l'inizio di un nuovo tipo di lavoro di gruppo per le università, uno che non causi mal di testa e diventi invece una fonte di sostegno – per gli insegnanti, per gli studenti, per tutti.
Da qui alla pace nel mondo, quanto tempo ci vorrà mai?
“Professore?”
La voce del mio studente mi trascina fuori dalla mia utopia.
“Scusa, cosa stavi dicendo?”
“Se solo ci fosse un modo per ottenere un voto individuale invece che di gruppo...?”
Beh. Bisogna sognare in grande per fallire in modo spettacolare.
D'altronde, come biasimarlo? Sentirsi supportati è bello; superare il corso è necessario. Tutti sono d’accordo su quanto sia importante essere felici e supportati durante l’università. Nessuno spiega come trovare spazio per metterlo in pratica — dove infilare la felicità tra le dieci spietate cifre che devi assegnare ai tuoi studenti.
Il lavoro di gruppo è l'esempio per eccellenza: il nascondiglio perfetto per l'infelicità. Quattro compagni di squadra che collaborano allegramente, o uno studente esausto che fa il lavoro per quattro: in Osiris, spesso ottengono lo stesso 8.
Come posso dare un sostegno vero, a tutto tondo, in un sistema in cui “essere felici” non è un requisito per superare l'esame?
"Mi dispiace che il gruppo non stia funzionando.
Ora, per quanto riguarda il voto..."